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Messaggio Da terlino il Sab Ago 18 2018, 08:08

Siamo diventati un popolo di deficienti!
Che ci sarà mai da applaudire ad un funerale!
Manco più il minuto di silenzio si rispetta!
Barbari!
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Messaggio Da Ospite il Sab Ago 18 2018, 13:34

Applaudire i rappresentatnti dello stato, colpevole ed assassino è grave.
Applaudire le vittime è metaforicamete parlando, un Abbraccio, una Vicinanza a loro e ai loro famigliari, un applauso alla vita che spogliata della sua sacralità che il rito impone, va avanti comunque.

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Messaggio Da calibro il Sab Ago 18 2018, 18:10

Ho letto che avrebbero applaudito Mattarella. Ditemi che non vero...vi prego. Avete news di prima mano?


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In "cuffia"...a poco più di un metro..."la discarica": Sony DVP-SR100 > Dayton DTA-1 > Acoustical Nota Amadeus
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Messaggio Da carloc il Sab Ago 18 2018, 18:18

Un commento preso in rete su di noi.

UN POPOLO SCIATTO E VOLGARE.

Giusta, e sacrosanta, la ricerca della responsabilità personale per il tragico crollo del ponte di Genova. Ci saranno dei colpevoli, sicuramente, ed andranno individuati, dimostrati e puniti.

Ma, se vogliamo dirci la verità fino in fondo, il dramma di Genova è il prodotto di un impoverimento collettivo, di una comune sciatteria che da qualche decennio a questa parte sta colpendo in modo progressivo ed inarrestabile la coscienza civica di ciascuno di noi.

Incuria, menefreghismo, deresponsabilizzazione, capacità di trovare tutte le colpe degli altri senza porre mai una domanda a se stessi, sono vizi (e vezzi) che appartengono alla nostra cifra caratteristica di popolo culturalmente alla deriva.

Se si arriva ad osteggiare ed impedire la realizzazione di nuove grandi opere, a fronte di una domanda di traffico che si è moltiplicata decine di volte dall’esecuzione delle ultime infrastrutture, è il segno che qualche possibile-temporaneo-disagio personale diventa più grave di un incontestabile necessità collettiva.

E questo è proprio quello che - tra le altre cose -certamente è capitato a Genova. Che quel ponte non fosse più sufficiente è stato detto, scritto e documentato da qualche decennio. Eppure, l’ipotesi di costruire percorsi aggiuntivi ed alternativi é diventata, una volta di più, occasione per fomentare, riunire, strumentalizzare gli utili idioti in servizio permanente effettivo.

Ed è proprio la prevalenza della comodità personale, che poi è assai più chiaramente definibile come “farsi i propri porci comodi“, a lordare in maniera continuativa la nostra quotidianità.

Salire sull’auto del car-sharing, dove è ben esposto il divieto di fumo, e lasciarla piena di cenere, mozziconi di sigaretta, puzza di fumo, tanto chi se ne fotte del prossimo utente.

Prendere il mezzo pubblico senza biglietto, tanto i controllori non si vedono mai.

Andare in università a sostenere un esame con i pantaloni corti o in ufficio con i sandali perché si sta più comodi, senza pensare che il modo in cui mi propongo rende anche evidenza del rispetto che nutro verso il mio interlocutore.

Lasciar correre e strillare i figli in luoghi pubblici, incuranti del fatto che il prossimo non deve subire gli effetti della tua incapacità di educarli.

Non avere la capacità di esprimersi in italiano corretto, e pretendere comunque che ti sia rilasciato un diploma senza il quale non puoi completare il curriculum o accedere all’agognato concorso.

Combattere ogni forma di gerarchia e negare la competenza di chi si esprime su argomenti che ha studiato e professato, perché “uno vale uno e siamo tutti uguali”; nell’ignoranza, purtroppo.

Pretendere sempre tutto dallo Stato, dimenticando che costruzione e gestione di scuole, strade, ferrovie, ospedali, si possono sostenere solo con le tasse, ovvero con i soldi degli altri.

Considerare normale che un magistrato, diventato famoso per qualche inchiesta condotta più sui giornali che nelle aule di tribunale, si metta in politica assumendo un ruolo necessariamente di parte, e che terminato il suo mandato rientri in ruolo a giudicare i cittadini secondo una terzietà che ha pubblicamente smarrito; contemporaneamente, contestare il conduttore televisivo (diventato ricco anche perché tu lo guardi quotidianamente in tv) che usa la propria ricchezza personale per recarsi in vacanza con l’aereo privato.

Giustificare il figlio che ha insultato l’insegnante, anziché fargli cadere (al figlio, beninteso) quattro denti a suon di ceffoni.

Rivendicare, in modo spesso incivile, la continua espansione dei diritti, senza aver cura di adempiere i più elementari doveri.

Elevare il cretinismo collettivo al rango di piattaforma politica programmatica; costruire soggetti politici fondati sull’ignoranza diffusa e pretendere che il consenso elettorale ti conferisca una competenza per acquisire la quale non hai mai speso una goccia di sudore.

Il popolo di Dante e Petrarca, di Michelangelo e Leonardo, di Volta e Marconi, di Manzoni e Cavour, é diventato un cumulo di gentaglia in ciabatte, canottiera e stecchino tra i denti.
Subumani che strillano, carichi di livore ed invidia sociale, in attesa che qualcuno risolva loro i problemi con un colpo di bacchetta magica.
Ma senza che, nel farlo, si possa provocare il minimo disturbo alla propria sciatta esistenza.

Ma, per fortuna, c’è un lieto fine all’orizzonte: siamo il paese al mondo con il più basso tasso demografico. E tra qualche decennio, non esisteremo più.


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Messaggio Da Tubo il Sab Ago 18 2018, 18:23

Italiani popolo di grandi applauditori, non parliamo di quando si vola in aereo gli applausi dopo l'atterraggio (pure se è stato demme...a)

Mai sopportati gli applausi alle bare, e men che meno i politici che vanno ai funerali per propaganda, se poi a questo lo applaudono pure......
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Messaggio Da Tubo il Sab Ago 18 2018, 18:36

D'accordo in tutto, tranne che su questo:

carloc ha scritto: tra qualche decennio, non esisteremo più.

Con tutto quello che sta arrivando dall'Africa vedrete fra qualche anno come sarà ridotto questo suolo, con il beneplacito dei vari  speculatori che avranno schiavi e manodopera a costo zero.
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Messaggio Da lizard il Sab Ago 18 2018, 18:54

Applausi di gente intorno a me
Applausi, tu sola non ci sei
Ma dove sei? Chissa` dove sei tu...

(canta ancora, canta ancora...) perche` cantare?
(canta, canta ancora...) cantare, ma perche`, Se l'amore non c'e`?

Applausi, oceano di mani,
Ma le tue mani non le vedro` mai piu`
Ho un vuoto in gola, la voce mia sei tu...
(canta ancora, canta ancora...) perche` cantare?
(canta, canta ancora...) cantare, ma perche`,
Se l'amore non c'e`?

L'uomo non e`,
Non e` un robot senz'anima.
Io per te
Son stato come un disco che si ascolta e poi si getta via...

Applausi di gente intorno a me
Applausi, tu sola non ci sei
Ma dove sei? Chissa` dove sei tu...
(canta ancora, canta ancora...) perche` cantare?
(canta, canta ancora...) cantare, ma perche`,
Se l'amore non c'e`?
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Messaggio Da the Crimson King il Sab Ago 18 2018, 23:46

carloc ha scritto:Un commento preso in rete su di noi.

UN POPOLO SCIATTO E VOLGARE.

Giusta, e sacrosanta, la ricerca della responsabilità personale per il tragico crollo del ponte di Genova. Ci saranno dei colpevoli, sicuramente, ed andranno individuati, dimostrati e puniti.

Ma, se vogliamo dirci la verità fino in fondo, il dramma di Genova è il prodotto di un impoverimento collettivo, di una comune sciatteria che da qualche decennio a questa parte sta colpendo in modo progressivo ed inarrestabile la coscienza civica di ciascuno di noi.

Incuria, menefreghismo, deresponsabilizzazione, capacità di trovare tutte le colpe degli altri senza porre mai una domanda a se stessi, sono vizi (e vezzi) che appartengono alla nostra cifra caratteristica di popolo culturalmente alla deriva.

Se si arriva ad osteggiare ed impedire la realizzazione di nuove grandi opere, a fronte di una domanda di traffico che si è moltiplicata decine di volte dall’esecuzione delle ultime infrastrutture, è il segno che qualche possibile-temporaneo-disagio personale diventa più grave di un incontestabile necessità collettiva.

E questo è proprio quello che - tra le altre cose -certamente è capitato a Genova. Che quel ponte non fosse più sufficiente è stato detto, scritto e documentato da qualche decennio. Eppure, l’ipotesi di costruire percorsi aggiuntivi ed alternativi é diventata, una volta di più, occasione per fomentare, riunire, strumentalizzare gli utili idioti in servizio permanente effettivo.

Ed è proprio la prevalenza della comodità personale, che poi è assai più chiaramente definibile come “farsi i propri porci comodi“, a lordare in maniera continuativa la nostra quotidianità.

Salire sull’auto del car-sharing, dove è ben esposto il divieto di fumo, e lasciarla piena di cenere, mozziconi di sigaretta, puzza di fumo, tanto chi se ne fotte del prossimo utente.

Prendere il mezzo pubblico senza biglietto, tanto i controllori non si vedono mai.

Andare in università a sostenere un esame con i pantaloni corti o in ufficio con i sandali perché si sta più comodi, senza pensare che il modo in cui mi propongo rende anche evidenza del rispetto che nutro verso il mio interlocutore.

Lasciar correre e strillare i figli in luoghi pubblici, incuranti del fatto che il prossimo non deve subire gli effetti della tua incapacità di educarli.

Non avere la capacità di esprimersi in italiano corretto, e pretendere comunque che ti sia rilasciato un diploma senza il quale non puoi completare il curriculum o accedere all’agognato concorso.

Combattere ogni forma di gerarchia e negare la competenza di chi si esprime su argomenti che ha studiato e professato, perché “uno vale uno e siamo tutti uguali”; nell’ignoranza, purtroppo.

Pretendere sempre tutto dallo Stato, dimenticando che costruzione e gestione di scuole, strade, ferrovie, ospedali, si possono sostenere solo con le tasse, ovvero con i soldi degli altri.

Considerare normale che un magistrato, diventato famoso per qualche inchiesta condotta più sui giornali che nelle aule di tribunale, si metta in politica assumendo un ruolo necessariamente di parte, e che terminato il suo mandato rientri in ruolo a giudicare i cittadini secondo una terzietà che ha pubblicamente smarrito; contemporaneamente, contestare il conduttore televisivo (diventato ricco anche perché tu lo guardi quotidianamente in tv) che usa la propria ricchezza personale per recarsi in vacanza con l’aereo privato.

Giustificare il figlio che ha insultato l’insegnante, anziché fargli cadere (al figlio, beninteso) quattro denti a suon di ceffoni.

Rivendicare, in modo spesso incivile, la continua espansione dei diritti, senza aver cura di adempiere i più elementari doveri.

Elevare il cretinismo collettivo al rango di piattaforma politica programmatica; costruire soggetti politici fondati sull’ignoranza diffusa e pretendere che il consenso elettorale ti conferisca una competenza per acquisire la quale non hai mai speso una goccia di sudore.

Il popolo di Dante e Petrarca, di Michelangelo e Leonardo, di Volta e Marconi, di Manzoni e Cavour, é diventato un cumulo di gentaglia in ciabatte, canottiera e stecchino tra i denti.
Subumani che strillano, carichi di livore ed invidia sociale, in attesa che qualcuno risolva loro i problemi con un colpo di bacchetta magica.
Ma senza che, nel farlo, si possa provocare il minimo disturbo alla propria sciatta esistenza.

Ma, per fortuna, c’è un lieto fine all’orizzonte: siamo il paese al mondo con il più basso tasso demografico. E tra qualche decennio, non esisteremo più.


Sottoscrivo e sostengo tristemente tutto questo da anni, mi sento "patriottisticamente smarrito".


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Messaggio Da Giordy60 il Dom Ago 19 2018, 11:32

dal racconto di Francesco Lamendola......

Pare che la moda - una moda tutta nostrana, peraltro, perché nel resto d’Europa non esiste - sia scoppiata ai funerali di Anna Magnani, il 26 settembre del 1973.
E pare che si tratti di una data abbastanza certa e precisa: perché solo in aprile di quell’anno lo scrittore Vittorio G. Rosi aveva pubblicato un memorabile articolo sullo scadimento del sacro, comprese le esequie cattoliche, ma degli applausi al momento delle esequie non ne aveva ancora parlato: cosa che avrebbe sicuramente fatto, se già il fenomeno avesse preso piede in misura apprezzabile.
Quello che è certo, è che la moda di applaudire il caro estinto ha toccato l’acme nell’anno di grazia 1978: prima con i funerali di Aldo Moro, poi con quelli di Giovanni Paolo I, al secolo Albino Luciani.
La giornalista Anna Belfiori osservò che, se applaudire ai funerali di una persona di spettacolo è semplicemente un segno di cattivo gusto, applaudire ai funerali di un uomo politico trucidato dai terroristi è lo sfogo liberatorio di una folla che non vuole fare lo sforzo di pensare, mentre applaudire ai funerali di un pontefice è un gesto d’incomparabile volgarità, anzi, peggio, di dissacrazione, nel senso letterale della parola.
Dopo di che, ci abbiamo fatto sempre più l’abitudine; e si può dire che l’applauso ai funerali sia diventato praticamente la regola, magari con la coreografia dei palloncini colorati che salgono al cielo: come nel caso, recentissimo, della povera Melania Rea, morta ammazzata nei boschi, fra un marito a dir poco distratto ed una opinione pubblica, sobillata dai media, sempre più sbavante di malsana curiosità.
Forse, però, bisognerebbe correggere questa affermazione: non è vero che gli applausi ai funerali siano diventati la regola; piuttosto, si dovrebbe dire che gli applausi sono diventati la regola nei funerali che hanno una risonanza mediatica, nei quali - cioè - sono presenti le telecamere e le macchine fotografiche dei giornalisti.
Ecco, questa è la verità.
Nei funerali normali non si applaude; a noi, almeno, non è mai capitato di assistere ad una cosa del genere.
Diciamo pure che, se qualcuno si sognasse, chissà come, di accennare un batter di mani ad un funerale comune, una occhiata fulminante e un gelido silenzio da parte dei parenti del defunto sarebbero più che sufficienti a zittirlo istantaneamente.
Ci è capitato di andare a diversi funerali, in questi ultimi anni; funerali di parenti, di amici; funerali di uomini e donne comuni: e mai, assolutamente mai, qualcuno si è sognato anche soltanto di accennare un applauso.
Sarebbe stato un gesto semplicemente inconcepibile, assurdo, alieno: crediamo che non sarebbe venuto in mente neppure al più irriverente, al più barbaro dei presenti.
E poi, applaudire chi, applaudire cosa, applaudire perché?
Vediamo.
Applaudire il morto?
Ma il morto non si applaude: lo si piange, perché si avverte dolorosamente la sua partenza, la sua separazione da noi.
Anche se si pensa che lui sia andato in un luogo migliore (e diciamo “luogo” per convenzione, si capisce), non c’è proprio niente da applaudire; c’è solo un grande senso di vuoto, che produce in noi, che restiamo, una profonda malinconia, anzi, una lacerazione, una mutilazione.
Avvertiamo, più o meno confusamente, che è come se se ne fosse andata una parte di noi stessi, e forse proprio la nostra parte migliore.
Applaudire la morte, allora?
Peggio ancora: la morte non si applaude, si accoglie in silenzio; davanti alla sua quiete solenne, per dirla col Manzoni, l’unico atteggiamento adeguato è quello del silenzio, del silenzio pensoso e rispettoso.
Ma insomma: chi stiamo applaudendo, allorché battiamo le mani nel corso delle esequie funebri di un parente, di un amico, di un personaggio cui siamo stati legati da un qualche tipo di sentimento (perché non si va ai funerali degli sconosciuti: il funerale è una cosa intima, come può esserlo soltanto una bella e profonda amicizia)?
Stiamo applaudendo lui che se n’è andato, oppure stiamo cercando di fare coraggio a noi stessi, peraltro in maniera cafona e scomposta?
E poi, perché applaudire? Per dire al morto che è stato bravo, che gli vogliamo bene, che ha recitato discretamente la sua pare nella commedia della vita?
Gli applausi sono la manifestazione dell’approvazione che il pubblico riserva a uno spettacolo: a un concerto ben riuscito, a una prestazione sportiva di buon livello, alla presentazione di una manifestazione artistica o letteraria, alla premiazione del lavoro di un collega nel contesto di un simposio scientifico.
È l’esternazione, rumorosa ed emotiva, di una partecipazione, di una simpatia, di un apprezzamento, di un entusiasmo per qualcosa o per qualcuno: per una cantante lirica che tiene a lungo la nota con perfetta intonazione; per un torero (discutibilissima professione) che gioca con la muleta fra le corna del toro; per un atleta che sale sul podio del vincitore, agitando la coppa verso i suoi tifosi, magari tra generosi e allegri spruzzi di champagne (come al termine delle corse ciclistiche e motociclistiche).
Che c’entra tutto questo con la morte?
La morte è un grande mistero; la morte esige silenzio, raccoglimento, riflessione.
Davanti alla morte non c’è nulla che giustifichi il chiasso: bisogna avere un animo ben volgare per pensare che la si possa salutare come si fa all’ingresso dei calciatori nello stadio, o a quello dei cantanti rock in qualche megaconcerto all’aperto.
Possibile che non si riesca a vedere la differenza fra uno spettacolo profano e il solenne mistero della morte, che interpella le profondità della nostra anima?
Il problema fondamentale della società occidentale moderna, nella quale viviamo - pur se talvolta ne critichiamo questo o quell’aspetto - è il suo smarrimento del senso della morte; o, per meglio dire, la sua rimozione testarda, sistematica, nevrotica, dell’idea del nostro morire.
Non c’è la morte in astratto, ma c’è la nostra morte o la morte di quanti ci corrispondevano; e anche queste sono due cose diverse tra loro, che tendiamo però a confondere.
Della nostra morte, a rigore, non possiamo dire nulla: come affermava Epicuro, finché noi ci siamo, lei non c’è; mentre, viceversa, quando lei arriverà, noi non ci saremo più.
Quello che crediamo di sapere a proposito della nostra morte deriva da quel che crediamo di sapere della morte degli altri: ma anche di quest’ultima, a ben guardare, non possiamo certo dire di sapere un gran che.
Della morte degli altri, noi possiamo dire soltanto che, sul piano fisico dell’esistenza, essa comporta una separazione, un distacco e, quindi, una assenza; deduciamo che è sopraggiunta la morte dal fatto che il defunto non è più fisicamente accanto a noi.
E poiché la civiltà moderna, imbevuta di materialismo, meccanicismo e riduzionismo, non vede al di là del piano fisico dell’esistenza, arbitrariamente ne deduciamo che la morte è assenza, in assoluto.
Ma la nostra stessa morte?
Sappiamo solo che arriverà certamente, prima o dopo; non sappiamo come né quando, ma sappiamo che non le sfuggiremo.
Ora, se la morte è assenza, che tipo di assenza sarà la nostra morte?
Sarà assenza solo rispetto agli altri, così come la loro morte è assenza per noi; o sarà assenza anche rispetto a noi medesimi?
In altri termini: scompariremo nel nulla, completamente e irrevocabilmente, obliando noi a noi stessi?
In base al pregiudizio materialista, sì. Poiché sappiamo che il corpo si dissolve e scompare, ne deduciamo che il nostro essere sarà ingoiato dal niente: e, più o meno terrorizzati da una simile prospettiva, non ci prendiamo neppure la briga di notare che ciò è una contraddizione in termini, una impossibilità logica: infatti, come può non essere, l’essere?
Eppure, è proprio sulla base di quel pregiudizio, di quello spavento e di quella contraddizione logica, che noi abbiamo deciso che la morte è un argomento troppo sgradevole da sopportare, e ci diamo un gran da fare per rimuoverne il pensiero, e persino le immagini, da ogni aspetto della nostra vita, particolarmente da ciò che potrebbe alludere alla nostra morte.
Siamo arrivati al punto che non la vediamo più: si muore negli ospedali, lontano da casa e dalle persone care.
Non siamo noi a lavare e vestire il cadavere, non siamo noi a occuparci materialmente della sepoltura: per espletare queste azioni, ci rivolgiamo a degli estranei, a delle agenzie specializzate, che lavorano a pagamento.
Negli annunci funebri, non diciamo più: «è morto», espressione troppo cruda e definitiva per i nostri animi sensibili; preferiamo adoperare delle caute perifrasi, che ammantano la netta realtà del morire di un alone indeterminato e quasi possibilista.
Ma lo facciamo, in genere, con perfetta cattiva coscienza, perché ci siamo lasciati alle spalle il paradigma olistico del passato, secondo il quale tutto è correlato e, quindi, nulla scompare (e nulla emerge dal niente) per affidarci a un paradigma scientista, che ci lascia soli e spaventati davanti al mistero della morte.
Ecco, l’abbiamo detto: la morte è un mistero;.
In ogni caso, essa è una “crisi”, un passaggio, una trasformazione; quello che c’era prima, dopo la morte non c’è più; o, almeno, non c’è più alla stessa maniera di un tempo; forse, ora, c’è qualcosa di nuovo e di diverso, qualcosa che non si può percepire con i sensi ordinari.
Per cui ci restano solo due strade possibili da percorrere: o quella d’imparare a sviluppare i sensi ulteriori, i sensi “altri”; oppure quella di rassegnarci al canonico e sconsolato: «ignoramus et ignorabimus».
Nell’un caso come nell’altro: che c’entrano gli applausi?
Se non sappiamo, l’applauso è fuori luogo.
Se, invece, ammettiamo la possibilità di una diversa forma di sopravvivenza, esso è blasfemo, perché l’anima del defunto, disorientata dalla radicale trasformazione che è si è prodotta nel suo modo di essere, di tutto ha bisogno, tranne che di un batter di mani .
Non di applausi, essa avrebbe specialmente bisogno; ma di preghiere e di pensieri amorevoli da parte dei vivi.
Se, poi, l’applauso durante i funerali non nasce da particolari sentimenti di commozione nei confronti del defunto, ma da un bisogno dei vivi di esorcizzare la propria paura della morte: ebbene, allora esso è ancora più sbagliato, perché fa sì che vada sprecata una delle pochissime occasioni che sono rimaste, nella società moderna, per riflettere seriamente sul significato della vita umana.
Il significato della vita non lo si trova nella vita stessa, ma nella morte: è nella morte che le cose diventano chiare una volte per tutte - oppure precipitano nel buio del nulla eterno.
Non per nulla Platone affermava, nel «Fedone», che l’esercizio della filosofia altro non è se non una costante preparazione dell’anima alla morte.
Vogliamo arrivare del tutto impreparati davanti ad un passo di tale importanza?
Se è così, continuiamo ad allontanare scrupolosamente le immagini della morte dalla nostra vista; seguitiamo a ridurre al minimo i nostro contatti con i morenti (al punto di interrompere i rapporti con le vedove e gli orfani, perché la loro vista e la loro conversazione ci ricorderebbero l’amico defunto); e andiamo avanti con gli applausi ai funerali, quasi per riempire di rumore il silenzio che tanto ci spaventa, il silenzio del cimitero.
E che Dio ci aiuti, quando verrà la nostra ora…


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Messaggio Da terlino il Dom Ago 19 2018, 14:16

Quel che avrei scritto io se ne fossi stato capace
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Messaggio Da Ospite il Dom Ago 19 2018, 16:57

Ricordiamoci che si tratta del funerale di eroi, di morti uccisi ingiustamente da assassini consapevoli.
"Quando vediamo quei funerali, in piazza o in tv, sentiamo che gli assassini li stanno guardando insieme con noi.Chi applaude comunica una scelta: stiamo con coloro che sono stati uccisi, stiamo contro chi li ha uccisi. Le vittime hanno ragione, voi uccisori avete torto. Finché vivremo, le vittime vivranno dentro di noi. I funerali dei giusti accompagnati da applausi o discorsi confortano, accompagnati dal silenzio sgomentano. Il silenzio dà l’impressione che il morto ha ragione, ma i vivi non hanno il coraggio di dirglielo, e dunque il morto ha perso, e poiché vittoria o sconfitta si legano alla ragione o al torto, il morto ha torto. Gli applausi appena il feretro esce dalla porta della chiesa, e si affaccia sulla piazza, sono un segno di vitalità della nazione. Ben vengano. Le tv che li trasmettono fanno un’opera di educazione sociale."

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Messaggio Da roccacci il Lun Ago 20 2018, 21:07

carloc ha scritto:Un commento preso in rete su di noi.

UN POPOLO SCIATTO E VOLGARE.

Giusta, e sacrosanta, la ricerca della responsabilità personale per il tragico crollo del ponte di Genova. Ci saranno dei colpevoli, sicuramente, ed andranno individuati, dimostrati e puniti.

Ma, se vogliamo dirci la verità fino in fondo, il dramma di Genova è il prodotto di un impoverimento collettivo, di una comune sciatteria che da qualche decennio a questa parte sta colpendo in modo progressivo ed inarrestabile la coscienza civica di ciascuno di noi.

Incuria, menefreghismo, deresponsabilizzazione, capacità di trovare tutte le colpe degli altri senza porre mai una domanda a se stessi, sono vizi (e vezzi) che appartengono alla nostra cifra caratteristica di popolo culturalmente alla deriva.

Se si arriva ad osteggiare ed impedire la realizzazione di nuove grandi opere, a fronte di una domanda di traffico che si è moltiplicata decine di volte dall’esecuzione delle ultime infrastrutture, è il segno che qualche possibile-temporaneo-disagio personale diventa più grave di un incontestabile necessità collettiva.

E questo è proprio quello che - tra le altre cose -certamente è capitato a Genova. Che quel ponte non fosse più sufficiente è stato detto, scritto e documentato da qualche decennio. Eppure, l’ipotesi di costruire percorsi aggiuntivi ed alternativi é diventata, una volta di più, occasione per fomentare, riunire, strumentalizzare gli utili idioti in servizio permanente effettivo.

Ed è proprio la prevalenza della comodità personale, che poi è assai più chiaramente definibile come “farsi i propri porci comodi“, a lordare in maniera continuativa la nostra quotidianità.

Salire sull’auto del car-sharing, dove è ben esposto il divieto di fumo, e lasciarla piena di cenere, mozziconi di sigaretta, puzza di fumo, tanto chi se ne fotte del prossimo utente.

Prendere il mezzo pubblico senza biglietto, tanto i controllori non si vedono mai.

Andare in università a sostenere un esame con i pantaloni corti o in ufficio con i sandali perché si sta più comodi, senza pensare che il modo in cui mi propongo rende anche evidenza del rispetto che nutro verso il mio interlocutore.

Lasciar correre e strillare i figli in luoghi pubblici, incuranti del fatto che il prossimo non deve subire gli effetti della tua incapacità di educarli.

Non avere la capacità di esprimersi in italiano corretto, e pretendere comunque che ti sia rilasciato un diploma senza il quale non puoi completare il curriculum o accedere all’agognato concorso.

Combattere ogni forma di gerarchia e negare la competenza di chi si esprime su argomenti che ha studiato e professato, perché “uno vale uno e siamo tutti uguali”; nell’ignoranza, purtroppo.

Pretendere sempre tutto dallo Stato, dimenticando che costruzione e gestione di scuole, strade, ferrovie, ospedali, si possono sostenere solo con le tasse, ovvero con i soldi degli altri.

Considerare normale che un magistrato, diventato famoso per qualche inchiesta condotta più sui giornali che nelle aule di tribunale, si metta in politica assumendo un ruolo necessariamente di parte, e che terminato il suo mandato rientri in ruolo a giudicare i cittadini secondo una terzietà che ha pubblicamente smarrito; contemporaneamente, contestare il conduttore televisivo (diventato ricco anche perché tu lo guardi quotidianamente in tv) che usa la propria ricchezza personale per recarsi in vacanza con l’aereo privato.

Giustificare il figlio che ha insultato l’insegnante, anziché fargli cadere (al figlio, beninteso) quattro denti a suon di ceffoni.

Rivendicare, in modo spesso incivile, la continua espansione dei diritti, senza aver cura di adempiere i più elementari doveri.

Elevare il cretinismo collettivo al rango di piattaforma politica programmatica; costruire soggetti politici fondati sull’ignoranza diffusa e pretendere che il consenso elettorale ti conferisca una competenza per acquisire la quale non hai mai speso una goccia di sudore.

Il popolo di Dante e Petrarca, di Michelangelo e Leonardo, di Volta e Marconi, di Manzoni e Cavour, é diventato un cumulo di gentaglia in ciabatte, canottiera e stecchino tra i denti.
Subumani che strillano, carichi di livore ed invidia sociale, in attesa che qualcuno risolva loro i problemi con un colpo di bacchetta magica.
Ma senza che, nel farlo, si possa provocare il minimo disturbo alla propria sciatta esistenza.

Ma, per fortuna, c’è un lieto fine all’orizzonte: siamo il paese al mondo con il più basso tasso demografico. E tra qualche decennio, non esisteremo più.
  Carlo, leggo solo ora il tuo  intervento (preferisco chiamarlo così e non semplicemente post) e mi dispiace non potermi complimentare con te di presenza per tutto quanto scritto e che condivido in pieno.


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Messaggio Da carloc il Lun Ago 20 2018, 21:52

Grazie Rocco,
non è faina del mio sacco ma rappresenta al 99% il mio pensiero.


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Messaggio Da the Crimson King il Gio Ago 23 2018, 16:38

carloc ha scritto:Grazie Rocco,
non è faina del mio sacco ma rappresenta al 99% il mio pensiero.

Ciao Carlo. Credo rappresenti il 99% del pensiero di tutti noi. Purtroppo in Italia, e qui sono bastardo e drastico (ma credo realista), ci fermiamo al solo pensiero, siamo incapaci di sovvertire l'andazzo di una nazione perennemente mediocre. Paese ricco di patrimoni naturali, artistici, enogastronomici unici al mondo, Patria di mille eccellenze e talenti riconosciuti a livello mondiale in tutte le epoche storiche, ma quando si tratta della gestione del bene comune, di fare le cose quotidianamente (nel piccolo e nel grande) con responsabilità, logica, trasparenza e senso civile... ahimè siamo disastrosi. Per quanto ci sia chi concretamente lavora con impegno, buona volontà e sale in zucca, la controparte povera di buonsenso, svogliata, approfittatrice, egoista... sembra prevalere in maniera inevitabile. Quante volte al lavoro sento commenti e recriminazioni su tutto quello che non va, dall'economia alla politica alle varie ingiustizie ecc.ecc. poi inevitabilmente vedo gente che posteggia l'auto sul marciapiedi del nostro grande parcheggio interno perchè i posti vicino alla porta d'ingresso sono tutti occupati e i primi ancora liberi sono a BEN sessanta settanta metri di distanza, quante volte sento criticare questo o quel collega, questo o quel dirigente, durante coscienziose pause caffè/sigaretta che durano mezz'ora... Una volta disgraziatamente l'addetto al rifornimento dei distributori bibite e vivande ha chiuso male lo sportello prima di andarsene e ovviamente è sparita tutta la merce ma qualcuno ha anche commentato "COLPA SUA che non ha chiuso bene". Non so se ci rendiamo conto... Eh già qui troppe cose non vanno bene e tante vanno addirittura male, ma è sempre colpa di qualcun altro: del politico incapace o disonesto, della legge ingiusta, della Casta, dell'Unione Europea, dell'immigrazione senza freni, dell'effetto serra, dell'allenatore, del vicino di casa arrogante, bla bla bla... In realtà è anche colpa di The Crimson King che è l'ennesimo italiano a proferir inutili parole forse nel tentativo di elevarsi al di sopra di questa disgustosa realtà forse nel tentativo di propinare agli altri la propria rancorosa verità, o entrambe le cose...
Fatta l'Italia bisognava fare gli italiani, siamo ancora in attesa...

“Gl'Italiani hanno voluto far un'Italia nuova, e loro rimanere gl'Italiani vecchi di prima, colle dappocaggini e le miserie morali che furono ab antico la loro rovina; [...] pensano a riformare l'Italia, e nessuno s'accorge che per riuscirci bisogna, prima, che si riformino loro.” (Massimo Taparelli marchese d'Azeglio)


p.s. scusate la personale, inutile e probabilmente a tratti ipocrita requisitoria (per altro in linea con l'italianità sopra descritta), tuttavia non mi sentirò eccessivamente in colpa.
Cordiali saluti a tutti.


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Messaggio Da the Crimson King il Gio Ago 23 2018, 17:12

petrus ha scritto:"Quando vediamo quei funerali, in piazza o in tv, sentiamo che gli assassini li stanno guardando insieme con noi.Chi applaude comunica una scelta: stiamo con coloro che sono stati uccisi, stiamo contro chi li ha uccisi. Le vittime hanno ragione, voi uccisori avete torto.
Lorenzo

"La scelta, il problema è la scelta..." (cit.)

Capisco il tuo pensiero ma non lo condivido e spero di non scandalizzarti con le mie parole: io credo che stare dalla parte delle vittime di disgrazie, stragi o ingiustizie non si debba concretizzare nella scelta di applaudire al loro funerale. E' un gesto che inizia lì e muore lì, senza produrre alcuna conseguenza se non l'enfasi del momento, l'affermazione di un'indignazione che a null'altro può portare se non alla manifestazione di se stessa. Le vittime hanno ragione e gli assassini torto? Scegliere di schierarsi dalla loro parte e di sostenere questa verità con un applauso (o le varie fiaccolate, cortei ecc. ecc.) non cambierà la loro meschina sorte, nè eviterà che altre future disgrazie simili a questa abbiano luogo. L'unica scelta che dovrebbe essere operata consiste nel farsi un esame di coscienza individuale, di migliorarci nel nostro piccolo, nei pensieri e nelle azioni della nostra vita quotidiana: questo costituirebbe il mattone fondamentale per la costituzione di un Paese solido, responsabile civile. Un Paese del genere può esistere solo dopo la creazione del suo elemento fondamentale: il Cittadino.
Perdonami, ma gli applausi sono come le chiacchiere: il loro peso (non in termini morali ma pratici) è semplicemente quello dell'aria che spostano. I gesti plateali hanno senso solo se dopo la loro manifestazione vengono seguiti da fatti concreti. Il suono della sveglia ha senso solo se ci si alza e ci si mette all'opera ...


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