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Ogni maledetto venerdì


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Messaggio Da drum bass Dom Giu 05, 2022 3:34 pm

Inutile dire che sono due dischi e due band completamente diverse l'una dall'altra.
Al tempo prefetivo musica alla R.f.t.C. adesso vista l'anzianitudine i più rilassati buscaderiani e morriconiani Calexico. Tra l'altro, Black light è anche inciso benino.
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Messaggio Da Avian Ven Lug 01, 2022 9:01 pm

Ogni maledetto venerdì - Pagina 6 MedicineShotForth


Medicine - Shot Forth Self Living (Def American, 1992)

Con Brad Laner abbiamo già avuto a che fare quando si parlò dei Savage Republic. Un genietto infaticabile che aveva in realtà cominciato negli anni ‘80 con gli Steaming Coils, appieno calati nell’avanguardia della città degli angeli. Su Mutant Sounds dovreste trovare la loro discografia scaricabile gratuitamente: in tutto tre LP e una manciata di cassette, per generosa concessione del suddetto.

La contraddizione più grande di Laner stava nel fatto che lui adorasse davvero il progressive, ma aveva, per sua stessa ammissione, le capacità di un punkettaro. La miscela si fece da subito interessante. 

Abbiamo allora già abbastanza indizi su cosa aspettarci: feedback stratificati, allo stesso tempo tagliati con l’accetta.

“Shot Forth Self Living” è una parete di rumore, rallegrata dalla voce eterea di Beth Thompson. Il groove, a dirla tutta, pare un sequel di “Loveless” dei My Bloody Valentine ed è forse questo dettaglio a renderli contagiosi. La forma “canzone” a cui ci riferiamo si compone di baccanali psichedelici, ritornelli ossessivamente dolci, ritmi marziali e volteggi chitarristici che oscillano tra il lisergico e il martellante. Il basso straborda: basti pensare all’infernale “Queen Of Tension”. Gli hook vocali in solfeggio li troviamo invece in “Miss Drugstore”, ipnotica al pari di “A Short Happy Life”: una distesa di distorsioni senza fine. Sono le tracce in cui lo shoegaze prende il sopravvento e probabilmente le più accessibili.

In “Christmas Song” l’album si chiude con le contemplazioni di Thompson, falciate dai riff immensi di Laner. È il ruggito non solo d’un singolo genere musicale, ma l’apice di ciò che fu un matrimonio perfetto, quello tra la musica post-industriale e il dreampop. Riascoltando questa band oggi, è come andare a stuzzicare una cicatrice, con la fortuna di avere già a portata di mano la “medicina”.

Dr disastroso sia per la first press del ’92, sia per la reissue del 2012 (qui ulteriormente peggiorato), che aggiunge semplicemente inediti e sessioni bonus, ma come detto per artisti similari, in questi casi non bisogna considerarlo.


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Plastikman – Consumed (NovaMute, 1998)

Con Richie Hawtin entriamo nella masterclass della techno. Di certo non parliamo di una techno frivola e discotecara, ma minacciosa e notturna, complessa al pari del carattere del suo compositore. Richie è sempre stato un personaggio sopra le righe, più volte cacciato dal palco. Se ti salta in mente di tirare gli altoparlanti contro il pubblico, di certo non ti puoi aspettare che ti applaudano.

Plastikman è lo pseudonimo, e così su due piedi non dovrebbe dirci nulla. I suoi inizi si rifanno al minimalismo ambient: basti pensare alle collaborazioni con Pete Namlook nei primi anni ‘90. La cultura a cui ci riferiamo era in forte ascesa a quel tempo, soprattutto negli Stati Uniti e in Europa. “Consumed” può essere definito l’album dello “strappo”. L’esplorazione sonora si concentra qui in un vortice di basso oscuro e riverberante. A calarci là dentro ci pensa da subito la copertina: pare il monolito di “2001: Odissea Nello Spazio”.

Prendiamo l’intro di “Contain”, dove i dettagli sono palpabili: è pura techno, senza contaminazioni, chiusa in se stessa. La ripetizione dei pattern non fa prigionieri. Richie vuole ossessionarti, senza darlo troppo a vedere.

Non è da meno la successiva “Consume”: un impulso nervoso continuo, abbagliante, con spruzzate dubby qua e là, come una tempesta magnetica che avanza, inesorabilmente, per ben 11 minuti. Il resto delle tracce non fa che ingigantire il tutto, portandoci verso il nodo cruciale dell’album, ovvero la title track, che riassume alla perfezione un decennio di minimalismo elettronico: “Less is more”. Qui le nubi ce le siamo lasciati alle spalle. La tormenta diventa un lontano ricordo. Non credo che per Richie ci aspetti un futuro felice, ma tant’è, questa musica suona moderna ancora oggi.

Va detto che le cose si sono ulteriormente complicate con l’uscita recentissima (aprile 2022), sotto l’egida del produttore esecutivo Tiga, di “Consumed in Key”: una rivisitazione dell’album originario operata da Richie insieme all’amico Chilly Gonzales. L’idea nacque a quest’ultimo per il ventesimo anniversario di “Consumed”, nel 2018. Gli autori non lo definiscono un remix, ma una sorta di “reazione” istintiva di un compositore all’opera di un altro compositore. Non lasciamoci intortare dalle definizioni tautologiche: è un remix, punto. Gonzales aggiunge l’accompagnamento con il pianoforte. La musica si fa di certo più affollata e l’atmosfera potrebbe sembrarvi meno tragica e più romantica. Gli orpelli pianistici a volte virano sul jazz. Può essere che alle scimmie accalcate intorno al monolito nero, nel film di Kubrick, piacesse il jazz, ad esempio. Nessuno potrebbe affermare il contrario. Il nuovo approccio ha vantaggi e svantaggi, ma è quella tonalità “fredda” a rendere, a mio avviso, il lavoro originale così perfetto. A voi l’ultima sentenza.

Dr medio pari a 10 sull’edizione NovaMute del 1998. Sufficiente allo scopo.


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Messaggio Da Erilich Sab Lug 02, 2022 12:46 pm

Me lo stavo quasi perdendo, grazie ancora una volta!


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Messaggio Da madmax Sab Lug 02, 2022 1:58 pm

Avian number one  cheers cheers applausi applausi


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Messaggio Da Camelia Dom Lug 03, 2022 1:22 am

Link alla Scheda 16 in PDF da poter scaricare... Ogni maledetto venerdì - Pagina 6 285880

Medicine - Shot Forth Self Living + Plastikman – Consumed

https://1drv.ms/u/s!AibF6X8c07vggSVw4wm_gWSC_TaV

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Messaggio Da Avian Dom Lug 03, 2022 7:31 am

Grazie a voi e a Camelia che continuate a leggere  Ogni maledetto venerdì - Pagina 6 625723

@madmax la techno ti piace?


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Messaggio Da madmax Dom Lug 03, 2022 9:41 am

Avian ha scritto:Grazie a voi e a Camelia che continuate a leggere  Ogni maledetto venerdì - Pagina 6 625723

@madmax la techno ti piace?
Non è uno dei miei generi preferiti ma io ascolto tutto  Ogni maledetto venerdì - Pagina 6 625723

Il disco in questione è molto bello


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Messaggio Da Avian Ven Lug 15, 2022 7:17 pm

Ogni maledetto venerdì - Pagina 6 9816439


This Heat – self titled (Piano, 1979)

Sui cambiamenti climatici si è letto un po’ di tutto. È colpa dell’uomo, della natura, di questo e quell’altro. Ciò che rimane inconfutabile è che fa caldo oggi, come allora.

Correva l’anno 1976 e il Regno Unito assistette a un’ondata di calore davvero anomala. Le soluzioni a quel tempo erano poche. “Perché non chiuderci in una ex cella frigorifera?”, pensarono a un tratto Charles Bullen, Charles Hayward e Gareth Williams, alla ricerca di un po’ di sollievo. In men che non si dica trovarono così il loro nuovo studio di registrazione. Due album e un EP per una band è poco, commercialmente parlando, ma è tutto invece se ci interessa l’altra faccia della medaglia, quella artistica e sperimentale. Se dovessimo dare retta all’anagrafe del trio suddetto, ci perderemmo ancora nelle lungaggini intorno la new wave. La musica di cui parliamo oggi è fatta di piccole istantanee, messe insieme tramite un processo creativo che tende la mano alla scuola di Canterbury, alle influenze dub e all’industriale.

Avete presente il metodo “cut-up”? Basta semplicemente tagliare a pezzi un testo scritto, per poi rimetterlo in piedi in una nuova forma. Pare l’abbiano inventato i dadaisti, ma è una tecnica divenuta celebre con lo scrittore William S. Burroughs. È facile immaginare come la sua applicazione possa riguardare qualsiasi contesto.

Il nostro découpé inizia e termina con “Testcard”, una composizione dal sentore IBM, che da un lato riflette un breve spluttering elettronico (rumore bianco), dall’altro imita lo strepito interno dei primi PC.
A seguire, “Horizontal Hold” ci riporta a un mondo dimenticato, quello dei televisori a tubo catodico, dove ogni cosa andava regolata manualmente. In effetti la traccia non fa che imitare quello stress continuo nel calibrare e regolare, in una ipotetica lotta per il controllo della macchina. L’espediente utilizzato sta nell’improvvisazione prog-jazz: pizzichi, graffi, groove frastagliato, accordi d’organo stridenti, stop & start.
Su “Not Waving” cambiamo invece paesaggio e trama: è una canzone sulla dissoluzione, o meglio sull’annegamento. Il tema è preso dalla poesia di Stevie Smith, pubblicata nel 1957, “Not Waving but Drowning”. Il trombone chiama l’aldilà, i droni d’oltretomba rispondono.

Con “Twilight Furniture” si insiste nel vocalizzo tormentato, questa volta a sfondo politico, senza mai districare l’intreccio ordito in partenza, tra uomo e macchina: “Occhio chiuso, occhio di metallo”. L’accompagnamento è prevalentemente percussivo.

“24 Track Loop” ha quella marcatura industriale di cui s’accennava all’inizio: fanfare metalliche sotto il ritmo del charleston, arricchito da suoni robotici e inquieti. Un pezzo “da 90”, non ortodosso, che suona più come un ritaglio di musica dance dei primi anni ’70.

“Diet Of Worms” è la più tosta del lotto. Essa costituisce la prova che si tratta di composizioni senza età. Eppure qualcosa potrebbe non tornare a un orecchio più attento. Com’era possibile che in un clima punk (rectius post-punk, e già abbiamo visto come il passaggio fosse stato rapidissimo) questa band potesse avere un pubblico? La risposta sta nelle correnti sociali che s’agitavano a quel tempo, anzi è lo stesso Hayward a confessare da cosa nascesse il loro piccolo successo: “Dal desiderio di commettere violenza su nozioni musicali accettate.”   
E se tutto allora debba nascere da un capriccio, “Rainforest” ne è l’esatta rappresentazione. Trama discontinua, tesa a fondersi con “The Fall of Saigon”, perfetta sintesi del periodo storico, tra gong, clangori e voce onirica.

È un nuovo “Apocalypse Now”.

Abbordabile l’edizione These Records del 1991, con ottimo dr medio pari a 11.

 
 
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White Heaven – Out (PSF, 1991)

Chi ha vissuto l’alba degli anni ’90 può, a conti fatti, definirsi un privilegiato. La scena musicale underground brulicava di sorprese. Era una fucina d’infaticabile produzione, ma al tempo stesso elitaria.
Stavolta approdiamo a Tokyo, Giappone. Non credo che all’occidente, prima di quell’anno, fosse mai interessato il rock che si producesse laggiù. In fondo, altro non poteva essere che un rock derivativo. Diciamo subito che la questione intorno l’origine di questo o quell’altro è tediosa e lascia il tempo che trova, tuttavia c’è da fare una precisazione. Se siete convinti che “Nevermind” dei Nirvana fosse stato la grande rivelazione del 1991, allora potreste risentirvi di ciò che leggerete da qui in avanti.

La PSF Records di Tokyo stampò la prima edizione di “Out” in 500 copie. Se siete possessori di una di queste, potreste attirare l’invidia di molti. Questi LP first press sono il Santo Graal d’ogni Indiana Jones della psichedelia. La chimica è esplosiva e nasce, come di norma avviene, dal genio, dall’invettiva di chi ha passato la vita ad ascoltare “quelle” note, suonate in “quel” modo. You Ishihara e Michio Kurihara hanno dato vita a un’atmosfera ombrosa e opaca, dannatamente hard psych, fumante neo-garage. La forma è libera: sa essere pungente quanto uno spaghetti western, virtuosa, e… “strana” al pari di un assolo di Robert Quine. Le influenze sono riconosciute e riconoscibili: John Cipollina, Leigh Stephens dei Blue Cheer, con un approccio in aggiunta di certo simile a quello di Blackmore su “Made in Japan”. Parliamo di ragazzi che amavano letteralmente, durante le prime esibizioni, suonare cover, come ad esempio quella di “Interstellar Overdrive” dei Pink Floyd. Eppure il loro suono, già verso la fine del 1985, stava uscendo fuori. Il gruppo è stato fondato esattamente nel 1980 da You Ishihara (voce e chitarra). I membri in prima battuta erano tanti, andavano e venivano.  Si trattava in sostanza di una serie di jam session tra l’avanguardia e il “noise” di quegli anni. La versione originaria di “Out” è stata pubblicata nel 1989, su cassetta, ma parliamo di un album quasi del tutto diverso da quello definitivo del 1991. Com’è possibile che passò così tanto tempo dalla formazione della band alla prima pubblicazione ufficiale? La risposta è stata data dallo stesso Ishihara: “Uno dei motivi era che avevamo avuto così tanti cambi di personale… ma il motivo principale era che nessuna casa discografica a Tokyo era interessata a pubblicare la nostra musica e non avevamo i soldi per pubblicarla noi stessi.”

Su “Out” abbiamo sei tracce e ciascuna a modo suo rappresenta una bestia misteriosa. La connessione con loro avviene tramite riverberi e distorsioni, che generano una sorta di “risonanza” in grado di lasciarti imbambolato per tutta la durata dell’album. Ai bordi, se ci concentrassimo in un immaginario décadrage fotografico, troveremmo paranoie multidimensionali, tenute insieme da un rumore ambientale di fondo.
In parte è cinema.

Imperdibile, a questo punto, diviene la recente ristampa in vinile Black Editions, definitiva, che va a migliorare il precedente dr medio pari a 9 dell’edizione Psf.


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Messaggio Da madmax Sab Lug 16, 2022 4:51 am

cheers cheers applausi applausi Ogni maledetto venerdì - Pagina 6 625723


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Messaggio Da Erilich Sab Lug 16, 2022 12:20 pm

Messi in lista! Grazie ancora!


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Messaggio Da Camelia Dom Lug 17, 2022 6:00 pm

Scheda 17 in PDF Link pronto da poter scaricare... sunny

This Heat – self titled + White Heaven – Out

https://1drv.ms/u/s!AibF6X8c07vggSciqdwaggvSsMIf

@Avian - Purtroppo ho dovuto mandare "a capo" un paio di periodi altrimenti si spezzava la frase su due pagine diverse ed era brutto alla vista nel impaginato. Un saluto Ogni maledetto venerdì - Pagina 6 285880


Ultima modifica di Camelia il Dom Lug 17, 2022 11:31 pm - modificato 1 volta.


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Messaggio Da Avian Dom Lug 17, 2022 9:09 pm

Hai fatto bene a separare i periodi.

Però è sbagliato l'elenco delle tracce di "Out"  Ogni maledetto venerdì - Pagina 6 625723


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Messaggio Da Camelia Dom Lug 17, 2022 11:37 pm

Avian ha scritto:Hai fatto bene a separare i periodi.

Però è sbagliato l'elenco delle tracce di "Out"  Ogni maledetto venerdì - Pagina 6 625723
Grazie  @Avian  per averlo notato, io quando l'ho impaginato alle 2 di notte non capivo più niente Embarassed


Comunicazione per tutti: potete fare download il Link è aggiornato con il PDF con le tracce giuste  Ogni maledetto venerdì - Pagina 6 285880


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Messaggio Da Avian Lun Lug 18, 2022 6:58 pm

Camelia ha scritto:
Avian ha scritto:Hai fatto bene a separare i periodi.

Però è sbagliato l'elenco delle tracce di "Out"  Ogni maledetto venerdì - Pagina 6 625723
Grazie  @Avian  per averlo notato, io quando l'ho impaginato alle 2 di notte non capivo più niente Embarassed


Comunicazione per tutti: potete fare download il Link è aggiornato con il PDF con le tracce giuste  Ogni maledetto venerdì - Pagina 6 285880

Ahi, quindi mi devo aspettare una lettera del sindacato dove mi rimproverano che ti faccio lavorare di notte  Ogni maledetto venerdì - Pagina 6 650957


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Messaggio Da Avian Ven Set 09, 2022 9:52 pm

Ogni maledetto venerdì - Pagina 6 OC0xMTMyLmpwZWc

Public Image Ltd – Metal Box (Virgin, 1979)

L'estate è agli sgoccioli, ma a sorpresa torna la rubrica più amata dagli italiani.

Quando si parla di Lydon (Johnny “Rotten”), Wobble e Levene si fa riferimento a un triumvirato che sfugge a descrizioni grossolane. Il compito dei Sex Pistols fu quello di fomentare una brutale ribellione collettiva. Quanto seriamente la sceneggiata andasse presa, lo seppe solo quella generazione punkettara di cui ampiamente s’è già trattato. Eppure a farsi seri ci vuole poco. Basta un tormento interiore, una paranoia, insomma una qualsivoglia angoscia sul prossimo futuro ed ecco come un artista, sciacquando i suoi panni in Arno, possa presentarsi al pubblico sotto altro aspetto (“public image”). 

E così fece il nostro Johnny “Rotten” col suo nuovo gruppo. Espanse la violenza delle origini nei territori dub e krautrock, dando vita a un dark-punk sinistro. Ciò sarebbe stato oltretutto impossibile senza il supporto di una formazione dal livello tecnico impeccabile. Basti pensare al basso monolitico di Wobble e alla chitarra di Levene, dal tono acutissimo, che rasenta l’acid, abbastanza lontano dagli stampi classici: una “Veleno” interamente in alluminio ricavata dal pieno, con il collo direttamente imbullonato al corpo.

La propulsione di Metal Box è quanto di più implacabile il rock ricordi. Per alcuni, l’album potrebbe essere definito un perfetto distillato d’ogni ala del punk. In effetti in quegli anni molte questioni erano rimaste in sospeso e di cani sciolti ve n’erano in abbondanza: deep dub, disco, funk e relativi protagonisti. L’album, che ricordiamo essere il secondo dei PiL, li comprende tutti. Originariamente fu pubblicato su tre dischi a 45 giri, in uno scomodissimo contenitore. Venne poi ri-pubblicato in doppio LP, denominato “Second Edition”. Allora, con un azzardo, potremmo davvero definirlo come una “seconda edizione” del punk stesso, in quanto Metal Box altro non è che l’incarnazione del “No Future” solamente promesso dai Sex Pistols. Il drammaturgo inglese JB Priestly l’ha efficacemente definito una “grande crepa frastagliata nello specchio”. È la psiche stessa, stavolta, ad andare in frantumi. Lydon qui raggiunge il fondo della depressione esistenziale, esternando pensieri, rimembranze, ossessioni ed evoluzioni tipiche del “de profundis” wildeiano.     

Quali sono le differenze tra la “Firsti Issue” e la “Second Edition”? La prima ha voluto sondare il terreno. Paradossalmente nella “First Issue” ebbero più successo i motivetti orecchiabili di “Public Image”, “Low Life” ed “Attack”, rispetto ad esempio alla sperimentale “Religion (Parts I e II)”. Eppure i PiL già sapevano quale sarebbe stata la strada da intraprendere, e le classifiche non erano certo di loro interesse.

Tenendo sempre a mente che la sperimentazione, in ogni campo, va di pari passo con i limiti di bilancio, è possibile un tentativo di confronto delle due intro: i nove minuti di “Theme” nella “First Issue” altro non fanno che calarci in un tumulto continuo di basso e piatti, con sfondo la voce piagnucolosa di Lydon. I dieci minuti di “Albatross” nella “Second Edition” indulgono invece nella mestizia. La voce è più educata, più connessa al contesto. Su “Metal Box” spariscono le sceneggiate macchiettistiche degli inizi. L’opera è seria (“Radio 4”), martellante (“Swan Lake”), tendente al macabro (“Graveyard”), così ingabbiata dal basso drogato di Wobble (“Poptones”) che si ha l’impressione di attraversare una wasteland post-apocalittica (“No Birds”).

In fin dei conti, è punk cameristico.

Tra il marasma delle edizioni disponibili, eviterei, nonostante l’ottimo dr medio pari a 12 (sulla carta), l’edizione per il 30esimo anniversario del 2009, con triplo disco, optando invece per il platinum shm cd-red obi (anche sacd-black obi) del 2015: suono complessivamente meno velato.



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Bran Van 3000 - Glee (Capitol, 1998)

L’esordio musicale di James Di Salvio (con un passato da regista cinematografico) avvenne davvero col botto. Metti “Drinking in L.A.” in una qualsiasi pista da ballo e ancora oggi, a distanza di decenni, vedrai scatenarsi tutti, probabilmente anche i millenials. Ti trasporta esattamente in quello spazio tra noia e adolescenza, al tempo in cui i veri problemi stavano nel non scendere mai di gradazione tra un drink e l’altro. E quella noia andava pur sempre affrontata con stile, girando sotto il sole tutto il giorno, una festa dopo l’altra. Quella libertà del non fare niente, di diritto appartenuta a una generazione che aveva la consapevolezza che qualcosa invece si stesse facendo, tra il teneramente eccentrico e il disincantato, Bran Van 3000 riuscì a registrarla su nastro. Voci rap e soul oscillano come un pendolo dal movimento irresistibile, imbrigliate da quel ragtime di strada un po’ arrabbiato, capace di sublimarsi brano dopo brano.

Contare semplicemente tutti i campionamenti utilizzati da James Di Salvio, dal suo ingegnere del suono Haig Valtzbedian e dagli altri collaboratori, non ci avvicinerebbe alla visione complessiva. Prendiamo ad esempio “Afrodiziak” e “Rainshine”: da un lato abbiamo il dolce fischietto di sintetizzatore che soffia sulla contesa “amorosa” tra il rap di Di Salvio e il soprano gospel, dall’altro lato troviamo quella foga senza freno alcuno alla RATM, tenuta perfettamente a bada da un lirismo hip-pop, che può sì essere definito quale ultimo miglio d’una intera scena musicale.  
  
Tralasciando il singolo “Drinking in L.A.” col suo mantra immortale "And I say, what the hell am I doing drinking in L.A. at twenty-six?", il resto ci parla del Canada, dei suoi usi e costumi, o meglio di come fosse la vita a Montreal: tesa tra le due culture anglo e francofona, rimase una tavolozza coloratissima nonostante la recessione economica di quegli anni. Sebbene ci siano così tanti dettagli post-moderni, non si scade mai nel bouillabaisse musicale: ogni traccia racconta la storia dei vari collaboratori che si sono alternati sul progetto, in uno scambio continuo di prospettive. Eppure all’origine, prima di passare al collettivo, i Bran Van 3000 erano un duo: Di Salvio e Bergen, il tastierista.

“Glee” è stato pubblicato dapprima su Audiogram Records in Canada il 15 aprile 1997, e successivamente da Capitol Records il 17 marzo del 1998, a livello internazionale. Il problema sta nel fatto che le due versioni differiscono, e non di poco. Chiunque di voi presumo abbia più familiarità con quest’ultima versione, che contiene diciannove tracce, due in più rispetto a quella canadese. In quella internazionale perdiamo “Hardrockin’ Cincinnati”. Inoltre “Ceci N’est Pas Une Chanson” diventa “Une Chanson”, con durata ridotta. “Rainshine” e “Carry On”, assenti nella versione canadese, assumono a mio avviso un ruolo fondamentale. Il reggae celestiale della seconda sgombra ogni dubbio sull’ambizione onirica della band. “Glee” non venne di certo acclamato per il suo rap (a volte anche superfluo), ma per la sua capacità di sviare continuamente l’attenzione, tipica dei futuristi alla Jeff Beck, i cui trucchi non credo che siano stati ad oggi ancora del tutto scoperti. C’è nell’album una coesione strutturale mai soffocante: quando su “Carry On” si alternano le tre vocalist ad esempio, si respira dub, e questo è sufficiente ad alleggerirci l’animo.

Patchwork seminale, che può benissimo scavalcare ancora le prossime due generazioni.

Non credo che vogliate sapere il dr delle edizioni Audiogram o Capitol, e forse è meglio non saperlo.


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Messaggio Da mantraone Ven Set 09, 2022 11:37 pm

Meno male che siete tornati!!

domani mi sparo "Second Edition"


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Messaggio Da Erilich Sab Set 10, 2022 9:27 am

Grazie ancora una volta!
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Messaggio Da RockOnlyRare Lun Set 12, 2022 4:11 pm

Notevole il riferimento al lavoro di Zerocalcare .........


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http://basta-con-i-tagli-alle-pensioni.over-blog.it/article-le-bugie-sull-aspettativa-di-vita-84948824.html

https://www.indexmundi.com/facts/indicators/SP.DYN.LE00.IN/compare#country=it

(ANSA) - ROMA, 19 LUG - I quarantenni di oggi, coloro che hanno iniziato a lavorare dopo il 1996 e ricadono nel contributivo puro, rischiano di non andare in pensione prima dei 73 anni. È questa la sorte secondo la Cgil che spetta a chi ha avuto un lavoro saltuario e scarsamente remunerato, specie se part time. Nel 2035, spiega il sindacato, per andare prima dei 70 anni, precisamente a 69, saranno necessari almeno 20 anni di contributi e una pensione di importo sopra gli attuali 687 euro.
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Messaggio Da Avian Ven Set 23, 2022 9:04 pm

Ogni maledetto venerdì - Pagina 6 Thumb


Butthole Surfers - Psychic Powerless (TouchAndGo, 1984)

Eccezionalmente, oggi porterò un solo album. Perché mai potrei scovare qualcosa che si accosti a questo sfacelo. E anche se volessi scrivere di altro, dovrei correre il rischio d’un coitus interruptus per certo sconsigliabile.

La rubrica ha raggiunto un grado di maturazione tale che ci permette di fissare i primi paletti. Al pari dei Rolling Stones (per ragioni diverse), i Butthole Surfers rappresentano nel rock uno spartiacque: prima di loro da una parte esisteva la musica che si prende “sul serio”, dall’altra la “farsa”; in seguito le due correnti cominciarono a non essere più distinguibili. Si susseguirono così una serie di crimini contro il buon senso e la decenza, che videro la band di San Antonio (Texas) ai vertici. Fateci caso, il filo conduttore di tutto ciò che prima è stato scritto su queste pagine, non poteva portarci altrove se non qui. I Butthole Surfers produssero un’ondata di rumore oscena, capace di danni irreparabili. Parliamo di un freak rock fritto nell’acido, non solo da ascoltare, ma anche da vedere. I loro concerti erano un tripudio di sconcezze: luci stroboscopiche, proiezioni di filmati dove si eseguivano interventi di chirurgia al pene, ballerine nude, rapporti sessuali. In poche parole, non ti saresti mai annoiato.

L’album in oggetto fu quello del debutto, frutto d’un “pensiero unico”, contorto, nato dalle menti malate di Paul Leary e Gibby Haynes, al tempo studentelli alla Trinity University. Leary studiava arte, e la sua ispirazione derivava dalle opere pioneristiche di Yves Klein. Haynes probabilmente se la cavava meglio e ottenne la lode in economia, col vizietto tuttavia per il punk. I loro collage “musicali” ebbero poco a che spartire con i predecessori. Potrebbero saltarvi in mente lo spericolato Van Vliet (Captain Beefheart), oppure l’hardcore dei Flipper (precursori del noise-rock). Al tempo stesso la musica dei Butthole Surfers è talmente catastrofica che l’occhiolino ai Chrome non dovrebbe sfuggire ai più smaliziati. Dato per buono un simile accostamento, per il resto siamo nell’avanguardia e, parrebbe strano, nel campo ancora del blues, infiammato però dai colpi di ben due batterie: King Coffey e Teresa “Nervosa” Taylor.

Durante il primo tour a San Francisco, gli scapestrati incontrarono casualmente Jello Biafra (il frontman dei Dead Kennedys) che promise di pubblicarli sotto la sua etichetta “Alternative Tentacles”, ospitandoli oltretutto a casa … “finché sua moglie non ce la fece più”, disse Leary in una intervista. Tornata a San Antonio, la band si chiuse nei Boss Studios, sfornando l’EP omonimo, ricco d’un infantilismo nevrotico a metà strada tra l’hardcore di cui sopra e il music hall più spinto.

L’EP rimase nel cassetto per diverso tempo. Biafra li aveva abbandonati ed erano rimasti senza un soldo, ma si sa da sempre che chi ha il pane non ha i denti e chi ha i denti non ha il pane. E i denti, i Butthole Surfers, li avevano eccome. Da alcuni live set “disastrosi” trassero nuovo materiale. Il passaparola cominciò a smuovere la scena underground, perennemente assetata di linfa avant-punk. I primi ammiratori si fecero avanti, tra cui Corey Rusk dei Necros, gestore dell’etichetta TouchAndGo, che li strinse a sé, provvedendo altresì a ogni loro “esigenza”: bancaria, giudiziaria (eh già), etc.

Arriviamo allora su “Psychic... Powerless... Another Man's Sac”, il primo full lenght. Scordato, delirante, lascivo, tra peti, conati, e sputi, il freak per eccellenza avanza maestoso attraverso ballate post industriali, con chiare inclinazioni omicide. La chitarra di Leary urla perennemente, come se dovesse scappare da se stessa, mentre la voce di Haynes pare venir fuori da un altro nastro, spesso sfocata e fuori tempo. In verità, il maelstrom di “Eye Of The Chicken” ci avverte fin da subito: è l’allarme che presto affonderemo nel caterwaul d’un gattaccio in amore. E così a seguire “Dum Dum”, con uno degli assoli più strani che possiate aver sentito; “Negro Observer” tutto pop, jazz e risatine; “Lady Sniff”, la più volgare del lotto, fino ad arrivare a “Cherub”, il capolavoro. Da qui in poi parte un filotto di trame grottesche dal feedback pesantissimo che aumenta in potenza col passare dei minuti. La successiva “Mexican Caravan” sferra riff rock and roll alla cieca, finché non torna il sax su “Cowboy Bob”, sarabanda western tra le più cool.

Finito? In parte. La copertina dell’album mostra le foto (vere) di pazienti con diverse malattie della pelle. L’ “orrore”… diceva Marlon Brando. Il trucco sta nel non farci caso.

La first press TouchAndGo rimane il riferimento, con dr medio pari a 13.


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Messaggio Da drum bass Ven Ott 28, 2022 6:57 pm

E' passato più di un mese...
Oggi è Venerdì. 

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Messaggio Da Avian Ven Nov 04, 2022 7:53 pm

Lo so, periodo tosto. Mettiamola così, è un'ottima scusa per fare un po' di ripasso  Ogni maledetto venerdì - Pagina 6 939343


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